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lunedì 3 novembre 2025

Un po' di chiarezza su The Greatest Comics Collection


Circa un mese fa, Panini Comics ha dato alle stampe un nuovo titolo che si va ad aggiungere al loro già vasto catalogo: The Greatest Comics Collection. Introdotta da un primo volume dedicato a Paperino, denominato Icona di stile, questa collana di libri cartonati si promette di costituire una pubblicazione imperdibile tanto per i collezionisti più esigenti quanto per i lettori che vogliono conoscere meglio i propri beniamini. Oltre a riproporre storie fondamentali per comprendere le caratteristiche dei protagonisti, le loro evoluzioni stilistiche e le diverse interpretazioni fornite negli anni dagli autori, ogni tomo è introdotto da un prezioso approfondimento di carattere storico e ogni singola avventura è attentamente presa in esame da esperti di calibro internazionale. Se questo non bastasse, vi sono pure interviste con autori e disegnatori!

Ora, come mai ho scritto "un po' di chiarezza"? Chi gira su internet potrebbe avere notato che opere simili a Icona di stile sono state distribuite un po' in tutta Europa. Come è possibile? La verità è che si tratta di un progetto (oserei dire il primo di questa portata e con queste caratteristiche) la cui produzione è centralizzata a livello mondiale e che viene poi fornito ai vari editori, con alcune possibilità di modifica sui contenuti in base alle eventuali esigenze. Per esempio, le versioni edite da Egmont presentano selezioni leggermente differenti delle storie e alcuni articoli scritti da redattori locali. La regia internazionale alla base dell'iniziativa spiega anche come mai i redazionali sono firmati da critici i cui nomi si incontrerebbero altrimenti difficilmente in serie nostrane.

Una panoramica delle edizioni internazionali già uscite di cui sono a conoscenza

La versione proposta da Panini Comics, con riferimento al primo numero (di cui sono stato chiamato a curare la revisione e l'adattamento delle traduzioni), risulta essere la più completa e contiene un articolo di introduzione al volume a cura di Jim Fanning, sedici articoli introduttivi alle storie a cura del sottoscritto, dello stesso Fanning e di David Gerstein e un'intervista al disegnatore spagnolo Paco Rodriguez svolta da me. Oltre ai contenuti già citati, una bellissima illustrazione originale di Ivan Bigarella, commentata dall'artista, e due pagine informative realizzate graficamente da Oreste Iavazzo su testi miei.

Forse, essendone coinvolto in prima persona, potrebbe sembrare che io sia di parte nel raccomandarne l'acquisto, ma credo di potere affermare in tutta onestà intellettuale che un prodotto del genere è assolutamente da prendere in considerazione. Ritengo che sia un'ottima occasione per avere storie intramontabili in un'edizione di qualità, accompagnate da un ampio contenuto critico di alto livello che va a coprire il copribile, rendendo di fatto ogni libro un saggio sull'argomento trattato. Non mancano nemmeno interessanti avventure da noi ancora inedite! Cosa desiderare di più?


In conclusione, ne approfitto per comunicarvi che sono disponibili da qualche giorno altri due volumi che ho avuto il piacere di curare per Panini: la Artist's Edition di Dragon Lords e una nuova veste per il classico Casablanca. Entrambi presentano una mia introduzione generale, materiale esclusivo e interviste ricche di aneddoti e curiosità ai grandi autori che hanno reso possibile l'esistenza di queste storie: Giorgio Cavazzano, Silvano Mezzavilla e Rudy Salvagnini.

© Disney per le immagini pubblicate.

lunedì 29 luglio 2024

Riemergono strisce inedite di Ken Hultgren con Paperino!

Sin dalla sua creazione, questo blog riporta nel suo sottotitolo tre parole che possono in qualche modo essere considerate le categorie degli articoli in esso pubblicati: "ricerche, interviste e curiosità". Se, negli ultimi anni, le ricerche e le interviste hanno rappresentato la maggior parte degli scritti, ritengo che ogni tanto sia utile dare spazio anche a qualche curiosità. Ebbene, l'articolo odierno ha, a mio avviso, la stessa intenzione e lo stesso scopo di certi vecchi post, come questi, in cui pubblicavo le rarissime strisce di Topolino di Fred Spencer per il cordone DeMolay (restaurate nel 2011 dallo storico Paul F. Anderson), oppure questi, in cui contestualizzavo le curiose strisce di Lars Bylund realizzate negli anni Trenta per promuovere il dentifricio Vademecum, mettendole a confronto con i disegni originali di Floyd Gottfredson che erano stati utilizzati come riferimento dall'artista svedese. In entrambi i casi, si trattava di materiali per lo più inediti e in larga parte ignoti, soprattutto in Italia (come ricordava l'immenso Luca Boschi qui), e, a distanza di quattordici anni, ho avuto modo di ritrovarne menzione solamente nel libro Disney a fumetti di Alberto Becattini, pubblicato da ANAFI nel 2019.

Ciò di cui scrivo oggi, però, non riguarda strisce apocrife o semi-apocrife, ma vere e proprie strisce ufficiali realizzate nell'ambito delle produzioni sindacate firmate Walt Disney da nientemeno che Ken Hultgren, animatore già coinvolto nella realizzazione di lungometraggi animati come Biancaneve e i sette nani (1937), Bambi (1942) e La bella addormentata nel bosco (1959), nonché autore dell'adattamento a fumetti di Bambi (1942) e del suo "seguito" (1943). Nel settembre 1958, infatti, alla striscia quotidiana di Mickey Mouse, ormai da anni autoconclusiva, se ne affianca un'altra, senza dialoghi, intitolata Mickey Mouse and His Friends. Questa nuova produzione sperimentale prende il via il primo settembre 1958 e viene conclusa il 17 marzo 1962 e i suoi autori sono inizialmente Milt Banta (testi) e Ken Hultgren (disegni), seguiti da Roy Williams (testi), Riley Thomson (disegni), Manuel Gonzales (disegni) e Julius Svendsen (disegni). 

Se, nelle strisce pubblicate, i "friends" di Topolino sono gli stessi che appaiono regolarmente nella coeva produzione di Gottfredson (Minni, Pippo, Pluto, Clarabella e il nipotino Tip), sono recentemente "venute a galla" ben sette prove realizzate da Hultgren in cui figura invece Paperino, sostituito poi in alcune delle versioni definitive. Evidentemente, si è preferito non volere mescolare i due "mondi" dei principali standard character disneyani. D'altronde, come affermerà lo stesso Gottfredson in un'intervista a Malcolm Willits datata 1968: "le due strisce [quella di Topolino e quella di Paperino] venivano a volte vendute a quotidiani concorrenti, perciò se un giornale acquistava Paperino, non sarebbe stato corretto che apparisse nella striscia di Topolino pubblicata dal suo rivale" [trad. mia]. In ogni caso, questa scoperta dimostra quanto la ricerca sull'ingarbugliato mondo dei personaggi su carta possa ancora portare alla luce delle straordinarie perle anche a distanza di sessantasei anni!

Di seguito, riporto alcuni confronti tra le versioni con e senza Paperino. Per visionare la lista delle strisce finora riemerse, rimando a questo link.

4 settembre 1958


8 settembre 1958


11 settembre 1958


13 settembre 1958

© Disney per le immagini pubblicate.

domenica 9 giugno 2024

Tanti auguri a Paolino Paperino e...

Come è noto, oggi, 9 giugno 2024, ricorrono i 90 anni dalla prima apparizione sul grande schermo di Donald Duck, avvenuta nella Silly Symphony The Wise Little Hen (dir. Wilfred Jackson, 1934). Il giovane Paperino di questo cortometraggio è il degno vice-presidente dell'Idle Hour Club (Club dei Fannulloni), capitanato dall'amico Peter Pig (Meo Porcello). I due, infatti, rifiutano il loro aiuto alla chioccia titolare dell'episodio, fingendo di avere mal di pancia per evitare di dover lavorare. La gallinella saggia è qui raffigurata con nove piccoli e laboriosi pulcini gialli che la seguono e le forniscono l'ausilio necessario, guadagnandosi, infine, un ricco pasto.


Il successo di Paperino è qualcosa di insolito per un personaggio delle Silly Symphony. Il nostro riesce, infatti, a entrare presto nel novero degli standard character e a condividere la scena con Topolino e Pippo, per poi distaccarsene, avere una propria serie di tavole settimanali sui quotidiani, di cartoni animati, di strisce quotidiane, di vere e proprie avventure nei giornalini a fumetti di cui è unico e incontestabile protagonista... e il resto è storia. La fama di Paperino è oggi evidente e non sono pochi gli autori e i lettori che lo prediligono ai suoi compari. Non va dimenticato che gran parte del merito va ascritto a Carl Barks  che gli ha costruito un universo attorno (fornendogli amici, parenti e indicando uno stile ben preciso per i suoi comics e ai suoi colleghi che ne hanno raccontato le gesta fino ai nostri giorni.

Ma, se del papero con la giubba da marinaio sappiamo tutto e di più, che ne è stato dei suoi comprimari originali, che, a ben vedere, meritano di celebrare questo anniversario quanto lui? Nell'articolo odierno, vorrei ripercorrere, attraverso un rapido (ma più completo e preciso possibile) excursus, i percorsi paralleli intrapresi da Meo Porcello e dalla gallinella saggia.

MEO PORCELLO (PETER PIG)


Così come Paperino, Meo esordisce in The Wise Little Hen e nella tavola promozionale illustrata da Tom Wood. Le sue origini sono, però, contraddittorie: nei comunicati stampa pubblicati all'epoca sui vari quotidiani, si possono riscontrare diverse posizioni riguardo a una sua eventuale parentela con i tre porcellini ("the Three Little Pigs were greatly concerned over the safety of their distant cousin, Peter Pig"; "Peter Pig is no relation to the Three Little Pigs but comes of the Back Bay Pigs"). Nell'animazione, Meo affianca nuovamente Paperino in The Band Concert (dir. Wilfred Jackson, 1935), ma è su carta che avrà una vita più duratura. Esclusa la riduzione/rivisitazione a fumetti del corto d'esordio (Osborne/Taliaferro, 1934) e qualche fugace apparizione in gag pubblicate sui giveaway del Mickey Mouse Magazine, il primo ruolo importante che il simpatico porcello ricopre è quello di giornalista in Paolino Paperino inviato speciale (Pedrocchi, 1938). Qui, i due amici si ritrovano dopo anni e vengono assunti dal signor Linotipi come inviati speciali per il suo quotidiano, l'Altro Mondo. Il pericolosissimo compito affidato ai due fannulloni è quello di recarsi al confine tra due Stati in guerra per potere scattare fotografie inedite e, come se non bastasse, i loro tentativi sono ostacolati da un altro reporter senza scrupoli, Bartolomeo Circonlocuzioni, detto "il Gatto", che lavora per il quotidiano rivale, il Mondo Intero. Al termine dell'avventura, i nostri avranno la meglio sul concorrente e il signor Linotipi assegnerà loro un nuovo incarico in Paperino fra i pellirosse (Pedrocchi/Pinochi, 1939), dove saranno nuovamente contrastati dal Gatto, ora esattore delle tasse. L'ultima (breve) apparizione in una storia di Pedrocchi avviene in Paperino chiromante (Pedrocchi/Pinochi, 1939/40). In seguito a questi pionieristici racconti, Meo Porcello scompare dalle scene per ritornare brevemente nella storia di raccordo inclusa nel volume Walt Disney presenta Paperino (Boschi/Carpi, 1993), in cui lo scopriamo essere diventato impiegato dell'ufficio abbonamenti del giornale La Gazzetta del Mezzo Pomeriggio, e per venire ricordato in una vignetta della corale 60 anni insieme con Topolino (Boschi/Camboni, 1994). Le cose sono andate ben diversamente se prendiamo, invece, per buono quanto rivelato in una pagina del Diario di Paperina (Hasselaar, Beekman/Heymans, 1994) pubblicata sul numero commemorativo per i 60 anni di Paperino. Qui, infatti, una amica di Paperina (Cotelette Krul) le fa visita in compagnia di Meo, che rivela al vecchio compare di essere diventato ricchissimo grazie al business dei computer ("Ho quattro case e un castello, e non devo lavorare un solo giorno di più"). Altri dieci anni passano ed è il tempo di una nuova storia celebrativa, 70 jaar buikpijn! (Geradts/Alfonso, 2004). Da tempo, Paperino fa sempre lo stesso sogno: vive su una casa galleggiante e ha un forte mal di pancia, mentre il vicino suona la sua fisarmonica. Coincidenza: il club di Paperina sta ospitando una conferenza dell'esperto sognologo (dreamologist) Meo Porcello, che riesce a trovare le interpretazioni nascoste delle immagini oniriche. Paperino si presenta e scopre che l'esperto fa il suo stesso sogno ricorrente, solo che è lui a suonare la fisarmonica. La soluzione è fornita da Henriëtte Hen: un tempo i tre erano realmente vicini e loro non la avevano aiutata nel momento del bisogno, dimenticandosi poi l'accaduto. Tutta la storia è un omaggio ben riuscito al cortometraggio in cui i tre personaggi hanno debuttato. Un punto di svolta significativo si ha pochi anni più tardi, con Paperino e il certame del nipotame (Pesce/Gula, 2008). Infatti, qui  e nella successiva Paperino e la pigrizia... a doppio taglio (Ambrosio/Soldati, 2010) —, il nome del porcello diventa Pigeon Pig e apprendiamo che si tratta nientemeno che del nipote del sindaco di Paperopoli. Curiosamente, in questa storia, la casa galleggiante di Paperino funge da sede del "Club degli Oziosi". Interpellato a proposito del cambio del nome, lo sceneggiatore Riccardo Pesce mi ha così risposto: "Meo Porcello suonava molto datato... Pigeon Pig risultava più moderno. Non credo d'aver pensato all'originale Peter Pig. Nel nostro paese, i nomi originali dei personaggi sono sempre stati modificati". Meo compie anche un cameo come amico di Ciccio ("The editors asked for a little role for Peter Pig, so I proposed him as a friend of Gus, as they both are lazy sluggards", mi confida l'autore) in Een dag vol buikpijn (Geradts/Pérez, 2019) e appare nelle tavole (ambientate nel passato) De wijze hen (Geradts/Pérez, Fernández, 2019) e De taartfraude (Beekman/Pikula, 2019), realizzate in occasione degli 85 anni di Paperino, per poi comparire nella serie Young Donald Duck (2019-), che rivisita la gioventù del più famoso papero Disney.

LA GALLINELLA SAGGIA (THE WISE LITTLE HEN)


Come già segnalato, i pulcini della gallinella saggia sono nove nel cortometraggio d'esordio, così come nella tavola su Good Housekeeping e nel volume The Wise Little Hen (1937), che propone una versione in prosa del racconto corredata da illustrazioni, ma diventano dieci nella riduzione a fumetti disegnata da Al Taliaferro, ambientata a Barnyard Village. Il decimo pulcino ha le piume di colore nero e, perciò, è chiamato Blackie. Poco si sa del padre dei pulcini, ma, nel volume sopra citato, la chioccia introduce i vicini ai suoi figli come vecchi amici del loro defunto padre ("Your dear father, when he was alive, was Peter Pig's good friend and helped him often"; "Donald and your father were great friends"). In seguito, la gallinella compie brevissime apparizioni in fumetti apocrifi disegnati dall'artista jugoslavo Vlastimir Belkić e pubblicati nel 1936 su Мика Миш. Ritorna in La chioccia saggia fa da sé (?/Eisenberg, 1952), una rivisitazione della Sinfonia Allegra in cui Meo Porcello è sostituito dal porcellino Tommi e in cui vengono aggiunti Clarabella e Orazio. Qui, i pulcini sembrano essere solamente cinque. Vale la pena menzionare anche l'adattamento in prosa corredato da illustrazioni pubblicato nel libro Walt Disney's Story Land: 55 Favorite Stories Adopted from Walt Disney films (1962), intitolato "Mrs. Cackle's Corn" e scritto da Jean Ayer. Qui, la gallinella viene introdotta come una vecchia amica di Chiquita (Clara Cluck) e le viene dato un nome di battesimo: Katie Cackle. Per evitare di associare Paperino (che nel 1962 era già una star) al racconto, il papero viene rinominato "Daniel Duck" e Meo viene rinominato "Patsy Pig". Le ulteriori apparizioni a fumetti sono condivise con i due ex-vicini e, pertanto, sono le stesse riportate nel paragrafo precedente: 70 jaar buikpijn!, in cui le viene assegnato un altro nome, Henriëtte Hen, e la vediamo tra i membri di uno dei club di Paperina; Een dag vol buikpijn, in cui è, invece, chiamata Wies Liddelhen (gioco di parole che richiama il titolo della Symphony in cui debutta); e De wijze hen, ambientata ai tempi di Barnyard Village, in cui i pulcini sono dieci, ma tutti di colore giallo. A tale proposito, va notato che, in Een dag vol buikpijn, Wies diventa la nuova vicina di Nonna Papera e vive assieme alle sue tre identiche figlie ("her daughters gave a nice light romantic interest for Donald's nephews", spiega l'autore).

Non credo che sia difficile prevedere che ne sarà di questi personaggi: il modo in cui sono stati utilizzati nel tempo sembrerebbe escludere un loro improvviso recupero o una integrazione duratura nell'universo paperopolese. A ogni modo, ritenevo doveroso, in questa giornata, rendere loro omaggio e restituire una scheda che ne ripercorresse le gesta fino a qui narrate in maniera precisa e completa. Dunque, tanti auguri a Paolino Paperino, a Meo Porcello e alla gallinella saggia!


© Disney per le immagini pubblicate.
Si ringraziano gli sceneggiatori Evert Geradts e Riccardo Pesce per le dichiarazioni rilasciate sulle storie da loro scritte.

mercoledì 15 novembre 2023

Provaci ancora, Paperino!

In occasione dell'edizione da poco conclusasi di Lucca Comics & Games, Panini Comics ha pubblicizzato sui suoi canali social un volume intitolato Provaci ancora, Paperino!, dedicato esclusivamente agli abbonati al settimanale Topolino. Ma di cosa si tratta? Cosa troviamo al suo interno? Innanzitutto, occorre far presente che una pubblicazione dallo stesso formato e dai contenuti molto simili è stata edita lo scorso anno con le medesime modalità di distribuzione. Come il precedente, si tratta di un volume cartonato di grandi dimensioni (per intenderci, le stesse di collane quali Humour Collection e Thriller Collection), con copertina inedita firmata da Stefano Zanchi (colorata, in questo caso, da Mario Perrotta), avente al suo interno storie mai viste in Italia.

Le copertine dei due volumi

Se nello scorso numero erano contenute esclusivamente storie disegnate dall'artista norvegese Arild Midthun, si può dire che qui sia presente un po' più di varietà per quanto riguarda gli autori dei racconti pubblicati. Possiamo, infatti, trovare ben diciassette storie, di cui due di produzione danese e quindici realizzate a livello "globale" per il mercato olandese (tutte scritte da autori italiani), che forse non avrebbero visto la luce diversamente nel nostro paese. Ritengo che la qualità della selezione sia molto buona e lo dimostra la presenza di nomi di artisti come Cèsar Ferioli, Andrea Ferraris e Fernando Güell. Il tutto è introdotto da sei pagine di redazionale scritte da Marco Travaglini (con cui condivido il giorno di compleanno!), contenenti commenti esclusivi degli autori che hanno realizzato le storie raccolte.

INDICE DELLE STORIE


Il mio commento per questa iniziativa non può che essere positivo ed entusiastico. È come avere tra le mani un numero della defunta testata Mega, ma in versione pregiata: cartonato, con storie valide e recenti e con un articolo che permetta di farle introdurre dai loro autori. Cosa chiedere di più? Io non posso fare altro che consigliare di abbonarsi a Topolino per non perderselo, qui il link diretto all'offerta.

La mia speranza è che, un giorno, questo tipo di operazioni possano essere considerate profittevoli al punto da poterle rendere collocabili sul mercato e con cadenza più ritmata. Io stesso possedevo già un buon numero delle storie qui proposte sugli spillati del settimanale olandese Donald Duck, ma averle raccolte in un'edizione del genere (e, ovviamente, in una lingua che conosco) è tutta un'altra questione.

© Disney per le immagini pubblicate.

mercoledì 22 febbraio 2023

La fabbrica di margarina

“È invalso l'uso di considerare Paperino un fannullone”, scrivevano Marovelli, Paolini e Saccomano nel loro saggio Introduzione a Paperino. La fenomenologia socialedei fumetti di Carl Barks (1974), “dall'esame delle storie di Barks risulta che egli ha fatto 110 mestieri diversi e ha avuto una trentina di hobbies” (corsivo presente nel testo originale). D'altronde, l'eccellenza di Donald in vari lavori viene analizzata a fondo da Lonnie McAllister in The Brittle Mastery of Donald Duck, un lungo articolo di 12 pagine pubblicato sul numero doppio 25-26 della fanzine statunitense The Barks Collector nel 1983 e di cui forse parlerò in futuro.

Ciò che mi interessa riportare oggi è un mestiere in particolare, tra i tanti intrapresi (con più o meno successo) dal nostro papero preferito, che ogni tanto viene riproposto nelle storie di produzione danese: il suo impiego presso la fabbrica di margarina di Paperopoli. All'interno della guida ufficiale distribuita dall'editrice Gutenberghus ai suoi autori dal 1978, si legge:

Il normale stato sociale di Paperino è quello di disoccupato. Quando lavora ha quattro alternative:
 
1) Come assistente sottopagato di Zio Paperone.

2) Come impiegato in una azienda o negozio in cui è sempre perseguitato dalla sfortuna.

3) Come proprietario di una attività, nel ruolo di esperto. Svolge impieghi nel modo più soddisfacente fino a quando non gli viene assegnato il compito più importante, che fallirà catastroficamente.

4) Come impiegato alla fabbrica di margarina di Paperopoli. Questo collocamento serve solo come “scusa” per lasciare Paperino partire per una vacanza di cui ha un disperato bisogno a causa del noioso lavoro di routine alla fabbrica.
 
Dunque, questo ruolo è istituzionalizzato almeno dal 1978, viene menzionato in Per un pugno di diamanti (Lilley/Vicar, 1982), ha una parte di rilievo in Paperino e la vocazione (Angus/Branca, 1987) ed è presente in decine di storie che arrivano fino ai giorni nostri, la più recente delle quali è forse Days at the Margarine Factory (Seppälä/Fernández Martinez, 2019), essendo canonico anche nelle storie danesi di Paperinik, come Paperinik e l'eredità (Pihl/Smet, 2005). La domanda a cui voglio rispondere è: quale è l'origine di questo impiego incredibilmente stabile?

La spiegazione mi viene fornita dall'editor e storico del fumetto David Gerstein. Cito testualmente:

La decisione di avere la fabbrica di margarina come luogo di lavoro ricorrente per Paperino è stata fatta dagli editor Egmont Lars Bergström e Stefan Printz-Påhlson intorno al 1980. Era un tentativo di essere fedeli a Barks, perché [...] sia Bergström e Printz-Påhlson sono cresciuti con la versione svedese di Paperino e il fischiofono [Barks, 1953], che aveva tradotto la fabbrica di olio di puzzola come fabbrica di margarina. Nessun editor Egmont aveva accesso a una edizione inglese all'epoca — la Carl Barks Library sarebbe arrivata un paio di anni dopo —, ma, siccome gli impiegati Egmont danesi e tedeschi ricordavano con affetto la fabbrica di margarina dalle traduzioni locali, tutti presupponevano che dovesse provenire dall'originale di Barks (ma in realtà non era così; nel 1955, la Danimarca aveva fatto la modifica e altri paesi l'avevano copiata).
 
Questa dunque la motivazione della presenza abituale della fabbrica nelle storie danesi e nella citata guida di fine anni Settanta.

Galeotta fu la traduzione!

© Disney per l'immagine pubblicata.

giovedì 13 gennaio 2022

Una chiacchierata con... Cèsar Ferioli

La nostra ultima chiacchierata risale al 2011, undici anni fa, e si era conclusa con la sua frase “irreparabile tempus fugit”. Vediamo cosa è successo nel frattempo...
 
SC: Simone Cavazzuti
CF: Cèsar Ferioli

SC: È stata per me una piacevole sorpresa trovare il tuo nome all’interno del volume collettivo Mickey All Stars, edito dalla casa editrice francese Glénat. Come è stato realizzare una tavola che si dovesse incastrare narrativamente all’interno del lavoro di altri artisti, ognuno con uno stile personale e differente? Quando hai scritto la tua gag, avevi già modo di sapere come si sarebbe sviluppata la storia o si trattava di un continuo work in progress?
 
CF: A dire il vero, l’incarico era libero. L’unica condizione era che Topolino nella prima vignetta dovesse entrare da una porta, e nell’ultima uscire per un’altra. Quel che succedesse lungo la pagina era affare nostro, e nessuno aveva modo di sapere quale fosse l’autore precedente o quello che veniva dopo (se ben ricordo), in modo che loro, nel montaggio finale, immagino che abbiano deciso l’ordine.

La tavola di Ferioli per il volume francese Mickey All Stars

SC: L’anno scorso [2020], in Francia, è stata ristampata una tua storia che non conoscevo, Twice Upon a Time (Åstrup/Ferioli, 2011) e, leggendola, mi sono davvero commosso per la sua intensità e per la riflessione su quanto un singolo istante possa effettivamente cambiare il corso della vita. Ovviamente, questo tema era già presente nel film a cui la sceneggiatrice della storia si è ispirata (Sliding Doors), ma come ti sei sentito a trasformare quel testo in disegni? Graficamente, le tavole sono suddivise in due parti quasi simmetriche che dimostrano come potrebbero andare le cose in entrambe le direzioni; quanto ti ha messo alla prova a livello creativo/artistico questo tipo di rappresentazione?
 
CF: Era una sceneggiatura di Maya Åstrup, e la ricordo bene per la sua particolarità. Conoscevo anche il film. Ricordo una certa difficoltà nel risolvere gli shot per mostrare le storie parallele, ma in complesso la storia filò liscia. Questo genere di discorsi nuovi nelle sceneggiature è sempre molto interessante. Se i fumetti sono stati sempre una fonte di contenuti per il cinema, è bello che ogni tanto ci restituiscano qualche idea innovativa.
 
Esempio di narrazione parallela in Twice Upon a Time (Åstrup/Ferioli, 2011)

SC: Al di fuori di questa storia in particolare, pensi che Donald e Daisy potrebbero mai sposarsi o preferisci immaginarli nel loro eterno limbo immutabile?
 
CF: Preferisco che il loro rapporto rimanga lo stesso. Spesso tutto crolla quando si cade nella consuetudine familiare: le storie sarebbero diverse e sempre condizionate dal legame. Il fatto che i personaggi tra di loro non abbiano dei legami ben definiti permette una più grande libertà creativa.
 
SC: Da INDUCKS, vedo che stai attualmente lavorando a una storia in cui, stando alla descrizione fornita sul sito, appare il padre di Gastone (!). Se questa informazione fosse corretta, sarebbe un’ottima notizia per chi come me si occupa di genealogia papera, trattandosi di un personaggio che (fuori dall’albero genealogico di Don Rosa) non era mai apparso in storie a fumetti prima d’ora.
 
CF: È vero, e questa storia la sto proprio inchiostrando in questi giorni. La sceneggiatura era schizzata, e ho fatto una ricerca per sapere se questo personaggio esistesse in precedenza, trovando il famoso albero genealogico creato da Don Rosa. Comunque, in questa storia, il padre di Gastone è un militare non troppo orgoglioso di suo figlio. Ho cercato di combinare il disegno di Rosa con l’idea di un sergente un po’ alla “britannica”.

Il severo padre di Gastone raffigurato da Ferioli

SC: Che rapporto hai con il personaggio di Gastone? Ricordo ancora la tua storia realizzata come tributo a Barks e non mi era sembrato troppo simpatico e, nel finale, non si poteva dire che avesse avuto la meglio.
 
CF: La storia del tributo a Barks è stata la mia unica sceneggiatura. Come omaggio mi sono mantenuto stretto al cliché del personaggio, il finale non buono per Gastone è il desiderio che molti di noi hanno sempre avuto.
 
SC: Trovi che in Olanda (e forse in generale nel Nord Europa) ci sia più libertà su certi temi nelle storie a fumetti Disney?
 
CF: Libertà? Non saprei dirti… forse negli ’80, specialmente in Olanda. Adesso siamo tutti sotto controllo della Disney e il politicamente corretto, perciò i criteri, in sostanza, sono più o meno gli stessi dappertutto.

SC: Mi sembra di ricordare un amico di Qui, Quo e Qua sulla sedia a rotelle...
 
CF: Sì, ricordo quel papero in sedia a rotelle. Forse una creazione degli autori olandesi. L’ho disegnato in una sola storia e ho adoperato i modelli di storie precedenti che mi sono state fornite dagli editori.

Un bellissimo Paperino di Ferioli

SC: Al momento su cosa stai lavorando? Ti ho chiesto solamente di progetti Disney, ma hai avuto modo di realizzare qualcosa al difuori di questo universo?
 
CF: Siccome i prezzi non sono variati dal 2007! (anzi in qualche caso pagano anche meno!), sono costretto a lavorare per più editoriali, sempre sul piano dei Main Standard Characters della Disney (Danimarca, Olanda, Italia…), ma sto anche facendo qualche altro personaggio, come Bamse, ogni tanto per l’Egmont svedese.
 
Qualche tempo fa ho iniziato un progetto con Jukka Heiskanen, creando dei personaggi propri per una sua storia che si è concretizzata finalmente in un racconto illustrato, colorato dalla superba Cris Alencar. Comunque, non è ancora stato pubblicato ed è da un po’ che non ne parlo con Jukka.
 
SC: Come i recenti accadimenti mondiali hanno condizionato il tuo lavoro o il tuo modo di rapportarti a esso (se l’hanno fatto)? E a cosa ti piacerebbe dedicarti in futuro?
 
CF: Gli ultimi sono stati degli anni difficili, e ancora non ne vedo la fine: la crisi economica iniziata nel 2008 che ci ha resi “quasi” tutti più poveri (ci sono quei pochi che diventano sempre più ricchi sulle spalle degli altri), la pandemia del Covid-19 e la minaccia climatica che incombe sul pianeta e della quale non saremo capaci di fare un granché per evitarla… 

Sul piano personale si invecchia (un fatto biologico normale), ma non lo si può fare in pace nel vedere come va tutto e come questo ti arriva e ti genera dei grossi problemi e continui motivi per preoccuparti. Avere cura degli anziani 24 ore su 24 (la suocera che vive con noi che ha dei grossi problemi di salute), vedere che i figli lavorano tantissimo e sono mal pagati (l’unica soluzione è andare via dal paese), ecc. Niente che non possa vedere da te stesso nella tua propria realtà, penso…
 
Cèsar Ferioli nel 2009

SC: Quanto tempo, in media, impieghi a lavorare su una tavola nelle varie fasi? (bozze preparatorie, matita, inchiostro…)
 
CF: Questa è forse la domanda che mi è stata posta più volte lungo la mia carriera. Non potrei dirti… molte sono le variabili da considerare: la voglia con cui prendi la storia, il tuo “momentum” personale, la difficoltà della sceneggiatura e la quantità di personaggi o cose che vi appaiono, il fatto che sia l’inizio della storia o la fine (quando ormai tutto quanto è in testa)… Prima controllavo di più, adesso vado avanti quando “si puote, ciò che si vuole…”
 
SC: Quale è il tuo approccio quando ricevi una nuova sceneggiatura? come inizi a pensare alla resa grafica?
 
CF: Leggerla, innanzitutto. E visualizzarla. Se ambedue le azioni sono concordanti nel tempo, vuol dire che la sceneggiatura è buona e ben spiegata. Se non riesco a visualizzarla in modo immediato, so che avrò dei problemi.
 
Molti anni fa mi servivo di libri per cercare gli oggetti o certi personaggi da disegnare. Adesso, con la ricerca delle immagini sul Mac, si fa tutto. Però i vecchi libri ancora non mi decido a buttarli via… non li adopero, ma non mi piace distruggere i libri. Forse finirò per farlo, so quanto duro sia ereditare delle case piene zeppe di roba inutile… non si finisce di svuotarle mai.
 
SC: C’è qualche storia che ancora, a distanza di anni, ricordi a causa di qualche particolare nel corso della sua lavorazione?
 
CF: Molte. Quelle più popolari come la saga di Mythos Island o quella di Shambor, ma anche, come dici, storie che hanno segnato qualcosa sul mio percorso professionale o fatti accaduti nella mia vita personale. Anche se è un fatto che si è mitigato lungo gli anni, è un po’ come se adesso fossi in grado di dissociare meglio quel che disegno e quello che mi capita lungo la vita. Comunque, ancora me ne ricordo, ogni tanto… come la storia che dovetti interrompere più di un mese mentre ero ricoverato all’ospedale per il Covid-19 e quanto mi costò essere in grado di ricuperare la capacità di lavorare.

Topolino e Paperino in Mythos Island

© Disney per le immagini pubblicate.

martedì 21 dicembre 2021

Una chiacchierata con... Carlo Chendi (2014)

La mia corrispondenza elettronica con Carlo Chendi iniziò, credo, nel 2010. All’epoca, gli scrivevo chiedendo informazioni riguardanti sue vecchie storie, dettagli, ispirazioni, e lui mi rispondeva sempre rapidamente, raccontandomi tutti i retroscena e parlando con grande passione dei suoi lavori. Ricordo che, discorrendo della storia Topolino contro il “magnifico snello” (Chendi/Rebuffi, 1976), che io avevo letto su un numero de I Grandi Classici Disney, Chendi aveva memoria solo di alcuni dettagli (come i nomi dei pianeti, che giocavano su luoghi reali di sua conoscenza) e non della storia nella sua interezza, e mi manifestò il desiderio di rileggerla. Così, quando ci incontrammo nell’aprile dell’anno seguente, durante una cena nella sua Rapallo in occasione della consegna a Don Rosa del Premio Papersera, regalai a Carlo la mia copia de I Grandi Classici (con la copertina mancante) e lui ne sembrava veramente entusiasta; nella fotografia, lo si può vedere mentre sfoglia l’albo raccontando ai commensali quella storia misteriosa. Nella stessa occasione, Chendi mi fece dono di un libretto da lui edito su Carl Barks in occasione dell'edizione della Mostra Internazionale dei Cartoonists dedicatagli a Rapallo nel 2005, e di una copia di tutte le lettere inviategli da Barks tra il 1967 e la fine degli anni ’90; un omaggio molto apprezzato da cui traspare tutto il suo amore per il mondo dei comics.

Carlo sfoglia le pagine de Il magnifico snello e io alle sue spalle (Rapallo, aprile 2011)

Incontrai nuovamente Carlo due volte: nel 2014 e nel 2017, e in entrambe le occasioni mi accolse molto amichevolmente nella sua casa/studio a Rapallo. Fu proprio nell’estate del 2014 che ebbi modo di fargli questa intervista (mai pubblicata*) per il mio blog Eco del Mondo (all’epoca Daily War Drum). Mi presentai a casa sua con due confezioni di lamponi, che gli regalai; spero non ne fosse allergico, a me piacciono molto!

SC = Simone Cavazzuti
CH = Carlo Chendi

SC: Lei ha lavorato con alcuni dei più grandi artisti italiani, come Bottaro, Scarpa, Cavazzano, Carpi… In alcuni casi, si è sviluppato un rapporto di amicizia oltre a quello di natura prettamente collaborativa?

CH: Sì, in particolare con Bottaro, con il quale ho iniziato questa professione. Abbiamo cominciato praticamente insieme: le mie prime storie le disegnava Bottaro, poi Bottaro aveva anche tanto da fare... poi il direttore gli passava storie anche di altri, allora io facevo altre storie per la Mondadori che il direttore passava ad altri disegnatori: a Scarpa, a Carpi, poi a Cavazzano quando ha cominciato a lavorare. Tra l’altro, delle prime cinque storie di Cavazzano quando ha iniziato a lavorare per la Disney, quattro sono sceneggiature mie. E con Cavazzano siamo rimasti molto molto amici, ci siamo visti la settimana scorsa. Anche con Bottaro, Scarpa e Carpi c’era un ottimo rapporto, un rapporto di collaborazione, ma anche di stima.

SC: Negli anni, ha preferito scrivere per qualche disegnatore piuttosto che altri?

CH: I primi tempi scrivevo per Bottaro perché abitava a Rapallo, al quinto piano sopra di me. Dopo Bottaro, ho lavorato con Cavazzano, assieme al quale ho creato i personaggi di OK Quack e Umperio Bogarto.

SC: Se non sbaglio, su I Grandi Classici, stanno ristampando alcune storie di OK Quack.

CH: Non lo so, perché non ho modo di vedere le ristampe. Da un po’ di anni non compro più niente; di solito me le mandano, ma non so più dove metterle. La Disney mi ha spedito i primi ventidue libri di Scarpa [ndr. L’Opera omnia di Romano Scarpa] e sono appoggiati lì per terra, non mi ci sta più niente da nessuna parte. Qualche volta mi dicono: “ti mandiamo questo”, e io dico: “no, perché non so dove metterli” [ride]. Uno che cura la composizione delle ristampe è Luca Boschi e ogni tanto mi comunica che ha scelto delle storie mie. Poi sono in contatto con Marcelo Alencar, che è il traduttore delle storie Disney per la Abril in Brasile, e anche lui mi ha mandato le mie storie pubblicate in Brasile... poi mi ha fatto un’intervista. Le storie mie Disney sono state pubblicate in ventiquattro paesi: negli Stati Uniti, la Russia, tutta l’Europa, e adesso anche in Cina.

Premio Copertina d'Argento (The Walt Disney Company Italia, 1994)

SC: Le è mai capitato che l’editore le modificasse i testi o le chiedesse di cambiare qualcosa all’interno delle sue storie?

CH: Direi di no. La redazione qualche volta poteva tagliare una frase se non ci stava materialmente nel fumetto. Io, poi, non mandavo mai le storie all’approvazione perché c’era un rapporto fiduciario con i direttori. Pensa che ho fatto una storia che per l’epoca, il 1960, era una novità, che è stata Paperino il paladino, dove tutti parlano in un italiano antico maccheronico. Era una cosa che non era concordata con il direttore. Quando Bottaro l’ha disegnata, abitualmente me la ridava che controllavo i dialoghi e nel vederla così mi è venuto in mente di studiare il linguaggio. Mi sono fatto una specie di dizionario, cercando di fare la caricatura dell’italiano antico ma che fosse capito dalla generazione dell’epoca. L’ho mandata al direttore senza dirgli niente e lui l’ha pubblicata senza dirmi niente, senza cambiare nulla. Quel tipo di linguaggio che avevo inventato, poi, Monicelli l’ha copiato per L’armata Brancaleone, uguale identico. Gentilini e Capelli, che sono stati i direttori per i quali ho lavorato di più, non mi hanno mai controllato o censurato niente, perché evidentemente c’era un rapporto di fiducia. Io penso che il vero editore, una volta che ha testato un autore e si rende conto che sa fare il proprio lavoro e lo sa fare bene, non abbia bisogno ogni volta di controllarlo o cambiare le cose che fa, altrimenti sarebbe meglio non farlo lavorare. Uno dei motivi, a mio avviso, della crisi del Topolino da quando è andato via Capelli è che i direttori che sono arrivati dopo hanno voluto intervenire nella creatività e l’hanno smorzata; Casty mi dice, ad esempio, delle difficoltà che ha qualche volta con questa redazione [ndr. la direttrice era Valentina De Poli] nel fargli approvare alcune storie, perché probabilmente non le capiscono. Il compito del redattore, a mio avviso, è quello di controllare che non ci siano sbagli di grammatica, di sintassi, coordinare le cose, ma non intervenire nella creatività.

SC: Una volta, lo stile di disegno era più eterogeneo: pensi a De Vita padre, Scala e altri artisti con uno stile particolare; mentre i nuovi disegnatori hanno uno stile più omologato e simile. Cosa ne pensa?

CH: Un po’ è dovuto alla redazione, che vuole un prodotto omogeneo, e un po’ è dovuto anche al fatto che gli artisti tendono ad accodarsi a stili già esistenti. Una volta, non era così: per esempio, Gentilini non è mai intervenuto sulle storie di De Vita padre, che aveva uno stile totalmente non disneyano, non è mai intervenuto sulle storie di Scala o di Perego. Li ha lasciati disegnare con il loro stile. E quando il Topolino usciva, tu lo sfogliavi e li conoscevi: questa storia è di Perego, questa è di Scarpa, questa è di De Vita padre. Adesso, il Topolino è tutto uguale. C’è una omogeneità che da un certo punto di vista può funzionare per la redazione, ma secondo me i lettori preferirebbero ancora trovare lo stile e la personalità degli artisti. L’omogeneità viene accettata mediamente da tutti, la differenza no. Ad alcuni magari non piacevano le storie di Perego, ma secondo me quello era un punto positivo proprio per sottolineare la creatività e la diversità che c’era nella produzione di questi fumetti.

Chendi nel suo studio (Rapallo, agosto 2014)

SC: Al momento sta lavorando a qualcosa?

CH: No [ride]. Sto facendo qualche altra sceneggiatura, ma non per la Disney. Perché io ero abituato con i vecchi direttori che si fidavano di me e ora confesso che mandare delle mie storie in redazione e poi sentirmi dire: “questo non va, cambia perché…”, preferisco di no. Sono stato abituato a lavorare per tutti gli editori senza mandare storie all’approvazione: ho lavorato per vent’anni per il Giornalino, ho lavorato per il Corriere dei Piccoli, il Corriere dei Ragazzi. Sia il direttore dell’uno che dell’altro non mi hanno mai chiesto di mandare delle storie all’approvazione, tutt’al più mi dicevano: “manda una storia di sei pagine, dieci, ma arrangiati”, invece con la Disney adesso… Poi, è una questione anche di rincoglionimento dovuto all’età [ride]: io credo che un redattore di venticinque/ventisei anni ne sappia meno di me e quindi non credo di avere niente da imparare da loro, forse loro avrebbero qualcosa da imparare da me.

SC: Si è affezionato a qualche personaggio?

CH: Soprattutto alla famiglia dei paperi, che sono quelli che ho usato di più... di Topolino ho fatto poche storie; gli altri personaggi a cui ero e sono molto affezionato sono Pippo e Nocciola. Tra l’altro, con Pippo ho fatto anche delle storie diverse con il corvetto che ha usato anche Scarpa [ndr. Gancio], Pippo lo sento come un mio personaggio. E poi Umperio Bogarto e OK Quack.

SC: Vuole dire qualcosa sul suo rapporto con Barks?

CH: Io ho imparato a fare le storie da Barks. Aveva una qualità innovativa nell’impostare le storie per i comics. La sua tecnica, l’umorismo e il modo in cui faceva recitare i personaggi erano veramente grandi e io ho imparato di lì. Non sapevo chi fosse, cercavo di conoscere il suo nome, ma praticamente non lo sapevano neanche alla Disney; perché Barks non lavorava per la Disney, lavorava per la Western Printing, che era tipo una Mondadori, cioè un editore licenziatario Disney. Poi, nel ’65, Alfredo Castelli, che si occupava di fumetti da appassionato prima di diventare un professionista, su una fanzine americana ha trovato l’indirizzo di Barks. Io gli ho scritto dicendo che ero un suo allievo, l’ho chiamato “Maestro”, e dal ’65 [ndr. in realtà dal ‘67] in avanti ci siamo scritti per più di vent’anni. Poi, nel ’93 mi pare [ndr. era il ‘94], lui è venuto in Europa, mi ha scritto dicendo: “passo dai vari paesi europei e vengo anche in Italia”, allora l’ho invitato a Rapallo e lui ha detto: “vengo volentieri”. Infatti, è venuto a Rapallo, siamo andati a mangiare al ristorante dei fumetti di U Giancu. È venuto perché eravamo amici.

SC: Era una persona amichevole?

CH: Era la persona più umile che abbia conosciuto. Si meravigliava ancora che tanti apprezzassero le sue storie. Quando gli ho detto: “hai fatto delle storie meravigliose”, mi ha risposto: “mi venivano così”.

L'allievo e il Maestro (Chendi e Barks)

SC: Ancora oggi è ristampato ovunque.

CH: Barks è eterno, ha fatto delle storie che sono dei classici. Alcuni personaggi non dei fumetti sono cresciuti leggendo le storie di Barks, due in particolare: Steven Spielberg e George Lucas. Tra l’altro, Spielberg da giovane è andato a trovare Barks perché era un suo ammiratore, Lucas uguale. Quando ho fatto la mostra dedicata a Barks, sapevo che Lucas aveva scritto un articolo su Barks e allora volevo pubblicarlo, però ovviamente con il suo permesso. Sono riuscito a trovare fortunosamente il suo indirizzo a Los Angeles, gli ho scritto, sono passati due mesi e non mi ha risposto. Poi, dopo due mesi, ricevo la sua lettera, non avevo quasi il coraggio di toccarla, il quale mi si scusa dicendo che non mi ha risposto prima perché era in vacanza, tornato dalla vacanza ha trovato la mia lettera; l’articolo di Barks lo potevo pubblicare gratis, senza nessun problema!

SC: Pensa che oggi ci sia qualche autore in grado di scrivere storie che durino?

CH: Non lo so perché lo seguo poco. Due autori che conosco meglio, a parte Cavazzano che è uno dei “vecchi”, e che secondo me hanno un grande talento sono Casty e Artibani. Artibani lo conosco bene, la sua prima storia di Paperino era il rifacimento di una storia mia [ride]. Un altro molto bravo che fa delle belle cose è Celoni, anche Mottura. Però oramai loro tendono a fare anche storie per altri editori: Celoni fa Dylan Dog, Mottura ha fatto adesso una storia per Bonelli. Invece, uno che si dedica solo a quello è Casty. Anche Artibani ha fatto le Winx e un sacco di altre cose, però è molto bravo, pieno di talento.

SC: Cosa ne pensa dei nuovi metodi di disegnare in maniera digitale?

CH: Il cellulare, il tablet, il computer sono macchine. Ho fatto una conferenza assieme a Freccero, uno bravo, che lavora prevalentemente per la Danimarca. Lui usa tantissimo il computer, ma è una macchina che serve a chi ha creatività per non perdere tempo a cancellare e ripassare con la china. Oramai, non c’è più nessuno che colora a mano. È cambiato anche il sistema di stampa. Se tu dai l’originale, non sanno più come riprodurlo: Freccero, che manda le copertine in Danimarca, le colora al computer e in tempo reale le manda là; là, quando gli arriva sul computer il disegno, lo passano direttamente alla rotativa. Sono saltati tutti i passaggi. Il computer è una macchina indispensabile, ma non crea.

*al momento della pubblicazione del post, l'intervista è disponibile digitalmente anche sul numero di questo dicembre della fanzine online tedesca Bertel-Express.

lunedì 26 aprile 2021

Sulla famiglia di Nonna Papera

Il lavoro compiuto da Don Rosa con i paperi Disney può piacere o meno, ma di sicuro non lascia indifferenti. Pochi altri autori con solo una quindicina di anni di lavoro sono riusciti a essere così influenti e a stabilire standard e gettare basi per ciò che viene comunemente chiamato "canone". In questo post, mi chiedevo nello specifico se la visione del cartoonist statunitense fosse l'unica possibile per quanto riguarda la famiglia di Nonna Papera e ho provato a dimostrare il contrario. Oggi, vorrei riprendere da dove ci siamo lasciati.

Dunque, Cornelius Coot è indiscutibilmente il fondatore di Paperopoli. Ce lo dice Carl Barks e praticamente ogni autore dopo lui; ciò che però Barks non dice, e che chiunque tace prima dell'arrivo di Rosa, è che Coot e la famiglia dei Paperi sono collegati. Ora, lo scopo di questo blog e dei miei post è quello di fare ricerca, vagliare dati in modo oggettivo e riportarli in maniera scrupolosa, perciò — almeno statisticamente — questa parentela non è fondata. 

Nonna Papera è figlia di Clinton Coot (Rosa, 1997)

Come già espresso nello scorso articolo, la maggior parte degli autori considera le due famiglie indipendenti, o quantomeno non fornisce indizi che facciano pensare al contrario, mostrando sempre Paperino e nipoti come estranei alla dinastia Coot. Se questo, per forza di cose, è vero in epoca pre-Rosa, rimane veritiero anche in produzioni successive, come le già citate The Red Duck (Anderson/Colomer Fonts, 1990), The New Year's Curse (McGreal, McGreal/Rota, 2015), ma anche la più recente Le Giovani Marmotte in un'indagine da manuale (Nucci/Zanchi, 2020). Tuttavia, in altre storie (prevalentemente nostrane e risalenti allo scorso decennio), la parentela viene rispettata con grande filologia; si vedano Paperino e la corsa al best-seller (Cordara/Barbucci, 1998), Ricordi ramificati (Pesce/Perissinotto, 2013),  Zio Paperone e il gigante di Paperopoli (Panaro/Migheli, 2014), o ancora Nonna Papera e il fantasma dell'opera (Pisapia/Urbano, 2014), in cui l'anziana papera cita addirittura una zio Cinabro Coot.

Lo zio Cinabro Coot (Pisapia/Urbano, 2014)

Ovviamente, i titoli sono a solo titolo esemplificativo e se ne potrebbero aggiungerne altri per entrambe le fazioni. In linea di massima, si può notare che solitamente si è cercato di ignorare la questione senza porre riferimenti espliciti, penso anche a Paperino pioniere in disgrazia (Gerstein/Vicar, 1997), ma la tendenza (almeno per quanto riguarda la produzione italiana) sembra essere quella di andare verso una "canonizzazione" generale dell'universo donrosiano (dovendo comunque giocoforza tradirlo per quanto concerne la linea temporale).

Cornelius Coot e figlio e una piccola Elvira (Cordara/Barbucci, 1998)

Una terza curiosa interpretazione, che io preferisco dal momento che permette di conciliare i due aspetti senza rinunciare ad alcuno, sarebbe quella di considerare i parenti di Coot introdotti da Rosa, ma comunque scollegarli dalla famiglia dei Paperi. Sembra questa la via suggerita da storie come Zio Paperone e il tesoro di Cornelius Coot (Branca, Gattino/Branca, 2002) o Paperinik e il segreto del giardino discreto (Enna/Usai, 2017). Nella prima viene infatti riportato quanto già raccontato in L'invasore di Forte Paperopoli (Rosa, 1994), vale a dire che la terra dove ora sorge il deposito è stata venduta a Paperone dalla famiglia Coot, ma questa famiglia viene descritta come estranea e l'unico collegamento che i paperi hanno con essa sono delle vecchie memorie dei Coot trovate in una scatola rimasta nel forte (e dunque non ereditata).

La famiglia Coot (Branca, Gattino/Branca, 2002)

Inoltre, Branca e Gattino sembrano indicare che Clinton e Casey (padre e figlio secondo l'autore del Kentucky) sono in realtà entrambi figli di Cornelius. 

Casey e Clinton Coot

"nostro padre Cornelius"

Anche nella storia di Enna viene nuovamente ricordata la vendita della Collina Ammazzamotori da parte di Casey, ma, nonostante l'introduzione di un nipote di Cornelius ancora in vita, tale Elias Coot (con cui tra l'altro Paperino interagisce nei panni del diabolico vendicatore), nessun grado di parentela viene qui accennato o quantomeno alluso.

Elias Coot (Enna/Usai, 2017)

Paperino sembra non essere familiare con Casey 

Dunque, questa sarebbe la strada che io personalmente seguirei, come a dire "salviamo il salvabile", anche perché il lavoro di Rosa funziona molto meglio a sé stante, come universo chiuso, ed è talmente ben delimitato che difficilmente è permeabile e integrabile senza essere distorto o inevitabilmente modificato. Per chiudere questo post, vorrei quindi provare a trovare un sostituto a Clinton Coot come padre di Nonna Papera:


I genitori di Nonna Papera (Fallberg/Murry, 1954)

Il papà di Nonna Papera (?, 1987)

  • In Nonna Papera e i bei tempi andati (Nofziger/Diaz Studio, 1983), è presente un flashback in cui vediamo la piccola Elvira che danza assieme a un altro bambino (stranamente somigliante a Paperone) e a due adulti. Nella storia, non è chiarito se si tratta di un fratello o semplicemente di un amico, perciò viene difficile dire se gli adulti siano entrambi genitori della paperetta o meno.

Elvira e i suoi genitori (?) (Nofziger/Diaz Studio, 1983)


Paolo Paperis (Pedrocchi, 1938)

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